Un silenzio assordante avvolge la foce del fiume Trigno, lo stesso silenzio che esattamente da cento giorni lacera i cuori della famiglia di Mino Racanati. L’uomo risulta ancora disperso dopo il drammatico crollo del viadotto avvenuto lo scorso 2 aprile. Nei giorni scorsi, attraverso una nota, la disperazione dei parenti si è trasformata nell’ennesimo grido d’aiuto e di profonda indignazione al cospetto di una situazione di totale immobilismo logistico.
Il fratello di Mino si reca due volte alla settimana sul luogo della tragedia, trovando ogni volta lo stesso scenario desolante. Guarda l’acqua, guarda le sponde del Trigno e trova sempre lo stesso scenario: il vuoto. Le istituzioni e i tecnici avevano assicurato che le delicate operazioni di dragaggio del fiume sarebbero iniziate prima del tavolo tecnico, convocato ufficialmente per il prossimo 15 luglio. Tuttavia, ad oggi, a quelle rassicurazioni non sono seguiti i fatti.
“In quella foce c’è ancora un corpo da riportare a casa. Il corpo di un marito, di un padre, di un figlio, di un fratello”, aggiunge la moglie nel testo. La famiglia Racanati rifiuta fermamente la retorica della solidarietà istituzionale e chiede solo risposte concrete: “Non diteci che vi mettete nei nostri panni, questo dolore non si può comprendere se non lo si attraversa. Chiediamo solo rispetto, dignità e che le promesse vengano mantenute. Riportate Mino a casa”. Il tempo stringe e la rabbia cresce, in attesa del vertice di metà luglio che non ammetterà ulteriori rinvii.





























