“Cosa sta succedendo alle fontanine pubbliche a Bisceglie?”. È questa la domanda, intrisa di amarezza e indignazione, che rimbalza con forza dai canali social alla realtà cittadina. A farsi portavoce di un malessere diffuso è il nostro lettore Carlo Rocco, che descrive senza filtri uno scenario di profonda incuria: rubinetti rubati, strutture distrutte e, in un caso specifico di tre pompe vicine, una sola funzionante, una chiusa e la terza ridotta a raccoglitore di immondizia, tra bottiglie di birra, cartoni di pizza e sacchetti di pattume. “Uno scempio che ho segnalato ormai da anni”, lamenta Rocco, “ma a quanto pare noi cittadini non abbiamo voce in capitolo”.
Questa non è una semplice cronaca di ordinario vandalismo, ma lo specchio di una ferita culturale profonda. Le fontanelle di ghisa raccontano la storia stessa di Bisceglie e della Puglia. Nei primi anni del ’900, la vita quotidiana era una battaglia continua contro una natura arsa, legata alla raccolta d’acqua dai pozzi artesiani. L’avvento dell’Acquedotto Pugliese – una delle più imponenti strutture idrauliche al mondo – segnò un salto epocale verso il futuro. Le vecchie fotografie dell’epoca mostrano sindaci insieme ai monelli, donne che lavavano i panni nei lavatoi pubblici e contadini sorridenti davanti all’acqua che finalmente scorreva. L’identità di questa terra è fatta di quell’acqua che prima non c’era e che poi arrivò.
Il declino attuale sembra viaggiare in direzione opposta rispetto alla volontà popolare espressa nel referendum del 2011, quando il 95% degli italiani disse un “no” categorico alla privatizzazione dell’acqua. Oggi la strategia non passa più per i decreti, ma per una via più sottile e logorante: la dismissione, la disfunzione e il disinteresse. Una miopia amministrativa che pesa ancora di più dinanzi alle ripetute ondate di calore estive, dove i piani di emergenza restano sulla carta e i servizi minimi essenziali, come l’accesso all’acqua fresca per strada, vengono semplicemente ignorati.
Dinanzi al silenzio delle istituzioni, si è attivata la cittadinanza locale. Attraverso un lavoro di mappatura collettiva, stimolato anche dall’uso di strumenti digitali come “FontaninApp” (l’applicazione ufficiale di AQP) e il sito Fontanelle.org, i cittadini hanno inizialmente censito 27 fontanine sul territorio di Bisceglie. Scavando nel gioco della memoria e coinvolgendo i residenti, ne sono state individuate almeno altre 12 – tra cui quelle storiche di Pio X, dell’incrocio di Viale Calace con via Luigi Papagni, di Via Porto, della Stazione, della villetta di Sant’Agostino, di Passavia e del vecchio molo, fino a quella del Castello, purtroppo tumulata.
Il conteggio totale sfiora così le 40 fontanelle pubbliche, ma resta l’incognita su quante di esse siano davvero attive, quante guaste e quante definitivamente tombate. Emblematico è il caso di Via Maggiore Calò: dove un tempo c’era socialità, incontri tra anziani e lavoratori che si fermavano per una sosta rinfrescante dinanzi a un bel murales, oggi regna il silenzio.
Non si tratta di una sterile operazione nostalgia, ma di un appello urgente alla qualità della vita e al senso di comunità. Recuperare le fontane significa difendere l’autentica cultura dell’accoglienza biscegliese, quella stessa sensibilità che spinge a offrire un bicchiere d’acqua al bar anche quando non viene richiesto. La sfida per il futuro della città parte anche da questi piccoli, grandi dettagli urbani perché, citando il celebre maestro Alberto Manzi, “non è mai troppo tardi” per cambiare rotta.