Si chiude con una condanna a 3 anni di reclusione il processo di primo grado a carico del chirurgo plastico Francesco Reho, giudicato colpevole di omicidio colposo per il decesso della influencer biscegliese Alessia Ferrante, avvenuto il 10 aprile 2020.
La decisione è stata emessa dal giudice monocratico del Tribunale di Bari Antonio Donato Coscia, che ha inflitto una pena superiore rispetto ai 2 anni con pena sospesa inizialmente richiesti dalla pubblico ministero titolare dell’inchiesta, Carla Spagnuolo. Oltre alla reclusione, per il medico è stata disposta anche la sanzione accessoria dell’interdizione dall’esercizio della professione per la durata di 5 anni, misura che diventerà esecutiva soltanto qualora la sentenza passi in giudicato.
I fatti risalgono a sei anni fa, in pieno lockdown da Covid-19, all’interno del poliambulatorio di Monopoli gestito dal professionista. La vittima, all’epoca 37enne, si era recata nella struttura per sottoporsi a un programmato intervento di asportazione di tessuto adiposo alle cosce. L’operazione, tuttavia, non è mai iniziata. Secondo l’impianto accusatorio validato dal verdetto odierno, la giovane donna venne colpita da un arresto cardiaco fatale provocato da un sovradosaggio di sostanze anestetiche somministrate nella fase preliminare alla liposuzione.
La ricostruzione di quel drammatico pomeriggio del 10 aprile 2020 ha richiesto anni di accertamenti tecnici e complessi passaggi procedurali. Subito dopo il decesso, la Procura di Bari ha aperto un fascicolo disponendo il sequestro del poliambulatorio privato e dei supporti informatici del medico. I primi nodi sono emersi con l’esame autoptico e i successivi esami tossicologici affidati ai consulenti tecnici d’ufficio, volti a mappare la concentrazione di farmaci nel sangue della vittima. L’accusa ha progressivamente blindato la propria tesi: il cuore della 37enne ha smesso di battere a causa di una massiccia e letale dose di anestetico locale iniettata prima che la cannula per l’aspirazione del grasso entrasse in funzione.
Il percorso verso il processo ha registrato una prima svolta decisiva quando i legali del chirurgo avanzarono una richiesta di patteggiamento a un anno di reclusione. L’istanza venne però rigettata dal giudice, che ritenne la pena proposta del tutto incongrua e non proporzionata alla gravità della tragedia. Si è giunti così al dibattimento, dove la battaglia legale si è infiammata attorno alle perizie medico-legali. La difesa ha tentato di scardinare l’impianto accusatorio sollevando dubbi sulle condizioni pregresse della donna e contestando duramente la metodologia d’indagine dei consulenti di parte civile e dell’ufficio del PM. Al centro dello scontro in aula è finita la presunta non attendibilità e infondatezza scientifica della perizia decisiva, che secondo i legali del medico sarebbe stata viziata da un potenziale conflitto d’interessi accademico legato alle scuole di specializzazione dei medici firmatari.
Il pronunciamento del tribunale barese ha suscitato l’immediata reazione del legale del dottor Reho, l’avvocato Roberto Eustachio Sisto, che ha contestato duramente non solo il verdetto, ma anche l’attendibilità dei riscontri scientifici depositati nel corso del dibattimento: “Le sentenze si rispettano e quando ingiuste, come in questo caso, si impugnano. È singolare inoltre che l’odierna decisione arrivi dopo una perizia non solo inattendibile nel metodo e infondata nel merito, ma redatta, per i profili medico-legali, da un medico appartenente alla scuola di specializzazione diretta proprio dal consulente della parte civile, ancorché poi revocata. Non esiteremo naturalmente a chiedere quanto prima alla Corte di Appello di porre rimedio a quanto, davvero irragionevolmente, accaduto”.
