«Vogliamo sapere perché bisogna attendere metà novembre per la cantierizzazione dell’area per la rimozione del ponte crollato?».
È la domanda maetellante, amara e senza risposta, che i familiari di Mino Racanati continuano a rivolgere alle istituzioni. Una ferita aperta da quasi 6 mesi che attraversa centinaia di chilometri, partendo dal fiume Trigno per giungere alla sua Bisceglie. Una vicenda che oggi vede il tribunale di Larino pronunciarsi sul fronte giudiziario, mentre il tempo sembra essersi fermato a quel maledetto 2 aprile. Sabato sera, una Chiesa di Santa Maria Madre della Misericordia commossa e gremita ha voluto abbracciare per l’ennesima volta Mino. Il marittimo cinquantatreenne disperso – e ora formalmente al centro della dichiarazione di morte presunta pronunciata dal tribunale di Larino – non è più solo un fascicolo in un’aula di giustizia. È il figlio, il marito, il fratello che un’intera città non può e non vuole dimenticare. Anzi. Le parole toccanti di don Michele Barbaro hanno ricordato il dramma di un uomo inghiottito dal fango e dalle macerie del viadotto sulla Statale 16, un silenzio istituzionale che pesa quanto i massi di cemento adagiati sul letto del fiume.
E alla fine del dolore, oltre le carte bollate e le perizie che tardano ad arrivare, resta il cielo sopra Bisceglie. Due palloni, uno bianco e l’altro rosso, liberati nel silenzio della piazza, a bucare la notte. Un segnale d’amore che sale lassù, per dire a Mino che la sua terra non si arrende. Fino a quando non avrà giustizia, fino a quando non potrà avere una dignitosa sepoltura.



























